Questo articolo riprende e rielabora i dati emersi dall’indagine “Donne e salute – Ventennale Fondazione Onda ETS”, realizzata da Elma Research per Fondazione Onda con l’obiettivo di confrontare il rapporto delle italiane con la salute nel 2005 e nel 2025. Lo studio è stato condotto tra il 28 febbraio e il 12 marzo 2025 su un campione di 800 donne tra i 18 e i 65 anni, attraverso interviste CAWI della durata di circa 15 minuti. Il campione è stato stratificato per età, area geografica (Nord Ovest, Nord Est, Centro, Sud e Isole in proporzione alla popolazione nazionale), titolo di studio e condizione lavorativa, con una quota maggioritaria di donne occupate.
L’indagine della Fondazione Onda, che nel 2025 ha ripreso una ricerca svolta nel 2005 su un campione di 800 donne tra i 18 e i 65 anni, restituisce un’immagine molto chiara: oggi le donne sono più attente alla prevenzione, più presenti nei percorsi di cura, più consapevoli del legame tra salute fisica, benessere mentale e stili di vita. Eppure, proprio mentre diventano il motore silenzioso della salute di tutta la famiglia, si sentono sempre più sole in questo ruolo.
È qui che nasce il paradosso: donne più forti, più informate, più attive… ma con una rete di sostegno percepita come più fragile, sia sul fronte familiare che su quello dei servizi sanitari.
Donne più consapevoli: un nuovo sguardo sulla salute
Rispetto al 2005, la salute continua a essere la priorità assoluta, ma è vissuta in modo diverso. Non è più soltanto “non essere malate”: molte donne parlano di equilibrio, di armonia tra corpo e mente, di una condizione da coltivare giorno per giorno, più che di un semplice stato da dare per scontato.
Questo cambio di sguardo si riflette nei comportamenti: cresce il numero di controlli preventivi, aumentano le visite specialistiche, sia nel pubblico sia nel privato, e diventa normale programmare periodicamente esami che vent’anni fa erano meno frequenti.
Anche sul fronte degli stili di vita qualcosa è scattato. La quota di donne che praticano attività fisica regolare è quasi triplicata rispetto al passato: oggi il movimento è percepito non più come un lusso o un vezzo, ma come una parte importante della cura di sé.
Allo stesso modo, l’attenzione all’alimentazione, al riposo, alla gestione dello stress entra nella quotidianità: piccole scelte, sommate nel tempo, diventano un modo per sentirsi più stabili e presenti a sé stesse.
Registe silenziose della salute di tutta la famiglia
Sulla carta, quindi, il profilo della “donna 2025” è quello di una protagonista consapevole della propria salute. Ma se allarghiamo lo sguardo alla dimensione familiare, questa protagonista non è affatto sola sulla scena: intorno a lei ci sono figli, genitori anziani, partner, suoceri.
E, quasi sempre, è lei a occuparsi della salute di tutti.
I dati dell’indagine lo confermano in modo netto: quasi sette donne su dieci dichiarano di seguire da vicino il percorso sanitario di almeno un familiare.
Rispetto al 2005 questa percentuale è aumentata e racconta di un ruolo che si è consolidato: la donna come “regista” della salute domestica, quella che telefona per fissare una visita, controlla gli appuntamenti, accompagna ai controlli, aiuta a interpretare il linguaggio dei medici, ricorda farmaci e terapie.
È un lavoro di organizzazione, mediazione, traduzione, che raramente viene nominato. Non compare nelle statistiche ufficiali, ma occupa ore di agenda. Spesso si incastra tra impegni lavorativi, gestione della casa e altri carichi di cura. Il risultato è un tempo personale che si restringe, una costante sensazione di dover “incastrare tutto”, una vigilanza mentale che non si spegne quasi mai.
Questo è il cuore del caregiving femminile: non solo gesti pratici, ma un impegno emotivo continuo. Prendersi cura di un genitore fragile, di un figlio con una patologia cronica o di un partner che sta affrontando un problema di salute significa vivere in una sorta di allarme discreto ma permanente, in cui ogni telefonata in più, ogni sintomo diverso, ogni controllo in agenda si somma al resto.
Non stupisce, allora, che rispetto a vent’anni fa la soddisfazione per il proprio benessere psicologico sia peggiorata: è come se, mentre il corpo viene curato meglio, la mente portasse un carico sempre più pesante.
Più responsabilità, meno sostegno: il rischio di burnout
Quello che rende questo quadro ancora più delicato è la percezione di avere intorno meno alleati.
L’indagine Onda mostra che, nel corso dei vent’anni, il sostegno percepito da parte dei familiari è diminuito: cala la quota di donne che si sentono “abbastanza” o “molto” sostenute da chi vive con loro.
Ancora più evidente è il segnale che arriva dai servizi sanitari: la percentuale di chi si sente sostenuta dal sistema è scesa ulteriormente. In altri termini, mentre le responsabilità aumentano, la rete sembra assottigliarsi. Molte donne hanno la sensazione di dover fare sempre di più con meno appoggi: meno tempo degli altri membri della famiglia, meno flessibilità nei servizi, meno chiarezza sui percorsi disponibili.
È in questo spazio che può insinuarsi il burnout, non solo lavorativo ma relazionale ed emotivo: la fatica di tenere tutto insieme, la difficoltà a chiedere aiuto, la paura di “mollare la presa” anche solo per un momento.
Spesso, chi si occupa di tutti è la prima a sentirsi in colpa se si prende un pomeriggio libero, se rimanda un controllo su di sé, se si concede un periodo di pausa. Il rischio è che la cura, da risorsa preziosa, si trasformi in un meccanismo di auto-sfruttamento, in cui la donna si misura sulla capacità di non fermarsi mai.
Il paradosso è evidente: la società beneficia del ruolo di queste “registe della salute”, ma fa ancora fatica a riconoscerne il peso, a proteggerle, a restituire loro tempo, ascolto e strumenti. Senza un intervento mirato, il prezzo di questa solitudine rischia di essere pagato in termini di ansia, disturbi del sonno, sintomi psicosomatici e, nei casi più gravi, depressione.
Dare respiro alla cura: che cosa servirebbe davvero alle caregiver
Che cosa servirebbe, allora, a queste donne “più forti ma più sole”?
Prima di tutto, servizi che riconoscano esplicitamente il ruolo delle caregiver e offrano sollievo concreto. Non solo posti letto o ambulatori, ma percorsi che prevedano momenti di respiro: assistenza domiciliare o diurna che permetta di delegare, anche solo per qualche ora; sportelli che aiutino a orientarsi tra esami, visite, diritti e opportunità; programmi strutturati per la gestione delle malattie croniche in cui la famiglia non sia lasciata sola a improvvisare.
Accanto a questo, sarebbero preziosi spazi pensati proprio per chi assiste: gruppi di sostegno psicologico, incontri formativi che aiutino a sentirsi meno impreparate, programmi di prevenzione dedicati alle caregiver, che spesso trascurano i propri controlli per seguire quelli degli altri.
Ma c’è anche una dimensione culturale da cambiare.
Per anni abbiamo alimentato l’immagine della donna che “regge tutto”, che non si lamenta, che tiene insieme famiglia, lavoro, cura dei genitori anziani, gestione dei figli, salute di tutti.
Questa narrazione, a volte celebrata come eroica, ha un costo: rende più difficile dire “non ce la faccio”, “ho bisogno di una mano”, “oggi tocca a qualcun altro”.
Cambiare storia significa restituire alle donne il diritto di non essere sempre all’altezza di tutto. Significa riconoscere che chiedere aiuto non è un fallimento, ma una forma di responsabilità verso sé stesse e verso chi si assiste.
Una sanità che mette davvero al centro le donne non può limitarsi a considerarle pazienti “più attente”: deve vederle anche come colonne portanti della salute di tutti e, proprio per questo, proteggerle, ascoltarle, alleggerirle.
Perché una società che affida alle donne il compito di prendersi cura della salute collettiva ha una responsabilità precisa: non lasciarle sole mentre lo fanno.
Approfondimenti
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