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Ricevere una diagnosi di tumore alla prostata significa confrontarsi improvvisamente con molte domande: quale terapia sarà necessaria? Quali saranno le probabilità di guarigione? Come cambierà la vita quotidiana? Accanto a queste preoccupazioni ne possono emergere altre, meno facili da esprimere: “Sarò ancora lo stesso uomo?”, “Come cambierà il mio corpo?”, “Potrò continuare ad avere una vita sessuale?”.
Non si tratta di interrogativi marginali. Uno studio pubblicato nel 2025, che ha seguito 300 uomini nel primo anno dopo la diagnosi, ha rilevato che il 45% ha manifestato almeno un problema significativo tra depressione, ansia, paura della recidiva, alterazioni dell'immagine corporea e percezione della propria mascolinità. I sintomi depressivi sono stati rilevati nel 13,7% dei partecipanti e quelli ansiosi nell'11%.
Questi dati non significano che ogni uomo debba necessariamente vivere una crisi psicologica. Indicano piuttosto che il benessere emotivo merita di essere considerato parte integrante del percorso di cura.
Quando la malattia mette in discussione l'immagine di sé
Il tumore della prostata interessa un organo strettamente associato, nell'immaginario individuale e culturale, alla sessualità maschile. Inoltre, alcuni trattamenti possono modificare funzioni che molte persone collegano alla propria identità: erezione, eiaculazione, desiderio sessuale, continenza urinaria, forza fisica e, nel caso della terapia ormonale, anche composizione corporea ed energia.
Una meta-sintesi di 68 studi qualitativi ha mostrato quanto immagine corporea, autostima e percezione della mascolinità possano intrecciarsi dopo il tumore prostatico. Tra le esperienze riportate compaiono perdita della funzione sessuale, maggiore sensazione di vulnerabilità, cambiamenti corporei e, in alcuni uomini, sentimenti di inadeguatezza. Allo stesso tempo, molti pazienti descrivono un progressivo adattamento, arrivando a ridefinire ciò che significa per loro essere uomini e attribuendo maggiore importanza ad altri aspetti dell'identità personale.
Una revisione pubblicata nel 2025 ha ulteriormente evidenziato che non è l'idea di mascolinità in sé a determinare il disagio. È soprattutto la sensazione di aver perso, o di vedere minacciata, una parte importante della propria identità maschile a essere associata a un peggiore adattamento psicologico.
Per questo può essere utile separare progressivamente concetti che spesso vengono sovrapposti: capacità erettile, sessualità, intimità e identità maschile non sono la stessa cosa.
Vita sessuale: non significa soltanto recuperare l'erezione
Dopo chirurgia, radioterapia o terapia ormonale la sessualità può cambiare in modi differenti. Possono comparire disfunzione erettile, riduzione del desiderio, modificazioni dell'orgasmo o assenza di eiaculazione. La terapia di deprivazione androgenica può inoltre influire su energia, umore, composizione corporea e interesse sessuale.
L'obiettivo della riabilitazione sessuale non dovrebbe però essere limitato al ripristino della penetrazione. Un panel internazionale di esperti, dopo una revisione sistematica della letteratura, ha proposto un modello biopsicosociale di riabilitazione sessuale: significa considerare contemporaneamente gli aspetti fisici, psicologici, sessuali e relazionali. Le raccomandazioni sottolineano anche l'importanza che siano i professionisti sanitari ad aprire il dialogo sulla sessualità, senza aspettare necessariamente che sia il paziente a sollevare il problema.
A seconda delle difficoltà presenti, il percorso può quindi coinvolgere urologo o andrologo, fisioterapista specializzato nella riabilitazione del pavimento pelvico, sessuologo e psicologo o psico-oncologo.
Anche le aspettative devono essere realistiche. Recuperare una vita sessuale soddisfacente non significa necessariamente tornare esattamente alla situazione precedente alla malattia. Per alcune coppie può significare imparare nuove modalità di vivere il contatto fisico, ampliare il significato dell'intimità e togliere alla prestazione sessuale il ruolo di unico indicatore del successo del rapporto.
Parlare con il partner: evitare che il silenzio diventi distanza
La sessualità dopo una diagnosi di tumore alla prostata coinvolge spesso anche il partner. Chi è malato può evitare il contatto fisico per timore di non riuscire ad avere un rapporto o per imbarazzo rispetto ai cambiamenti del proprio corpo. Il partner, al contrario, potrebbe interpretare questa distanza come perdita di desiderio oppure evitare di prendere l'iniziativa per paura di creare pressione.
In questo modo due persone che cercano entrambe di proteggersi possono finire per allontanarsi.
Parlare apertamente di paure, aspettative e desideri permette di ridurre molte di queste incomprensioni. Una meta-analisi del 2024 sugli interventi psicologici rivolti alle coppie ha riscontrato miglioramenti nella comunicazione e una riduzione del distress nei partner, anche se gli autori sottolineano che le evidenze disponibili restano limitate.
Una revisione ancora più recente, pubblicata su Psycho-Oncology nel 2025 e basata su 23 studi randomizzati, mostra però che non esiste un intervento capace di migliorare automaticamente la relazione di tutte le coppie. I risultati suggeriscono piuttosto la necessità di scegliere il sostegno psicologico in base alle difficoltà effettivamente presenti nella singola coppia.
Chiedere aiuto, quindi, non significa necessariamente iniziare una lunga psicoterapia. A volte alcuni colloqui con un professionista esperto di oncologia o sessuologia possono essere sufficienti per comprendere ciò che sta accadendo e trovare nuove modalità di comunicazione.
Conclusioni
Il percorso successivo a una diagnosi di tumore prostatico non riguarda soltanto PSA, esami e terapie. Può interessare anche l'identità personale, il rapporto con il proprio corpo, la sessualità e la relazione con il partner.
Dubbi, paura di non essere più desiderabili, difficoltà sessuali o sensazione di aver perso una parte della propria mascolinità possono comparire e meritano di essere ascoltati. Non esiste però un unico modo corretto di reagire.
Affrontare precocemente i problemi fisici, parlare della sessualità con il team curante, coinvolgere il partner quando lo si desidera e ricorrere a sessuologia, psicologia, psico-oncologia o riabilitazione quando necessario può aiutare a costruire un nuovo equilibrio. L'obiettivo non è necessariamente recuperare la vita precedente in ogni suo dettaglio, ma preservare benessere, identità e possibilità di vivere l'intimità in modo soddisfacente.
Approfondimenti
Oncologia prostatica e sessualità: come tumore e terapie possono influire sull’intimità maschile
Parkinson e sessualità: il ruolo dei sintomi motori e non motori nella vita intima
Sessualità in menopausa: cosa cambia tra desiderio, comfort e risposta del corpo
Parkinson, desiderio e relazione: quando la sessualità cambia insieme alla quotidianità
Referenze
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Altre fonti consultate
Tumore della prostata: qual è l’impatto psicologico? - Fondazione Umberto Veronesi
La sessualità nel malato oncologico - AIMaC
Il tumore della prostata nella coppia - AIRC
Tumore della prostata: perché non bisogna viverlo da soli - Istituto Europeo di Oncologia
Sex, relationships, and prostate cancer - Prostate Cancer UK
Sex life and prostate cancer - Macmillan Cancer Support
Sex and relationships after treatment for prostate cancer - Cancer Research UK
Less interest in sex - Cancer Research UK
How Cancer Can Affect Sex and Intimacy - American Cancer Society
Living as a Prostate Cancer Survivor - American Cancer Society
How Does Cancer Affect Sexual Desire in Men? - American Cancer Society